II domenica dopo Natale
Natale: Dio nella storia umana
La II domenica dopo Natale rilegge questa festa fuori dalle sdolcinature accumulatesi negli ultimi secoli, dai canti pur cari alla tradizione popolare alle riduzioni dickensiane e disneyane.
In questa domenica la proclamazione angelica di Betlemme
vi annuncio una grande gioia, che sarà tale per tutto il popolo: oggi è nato per vi un Salvatore che è Cristo Signore, questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia (Lc 2,10b-12)
viene tradotta dalla contemplazione giovannea in
Il Verbo si fece carne e pose la tenda in noi e noi contemplammo la sua gloria (Gv 1,14).
Due linguaggi diversi comunicano la stessa realtà: Dio ha scelto di stare nella carne – nella natura, nella storia – umana. Ha scelto di stare nella storia umana dominata dai “signori della guerra” (Lc 2,1-2) ma dalla parte degli oppressi (Lc 2,3-4), quale pace negli uomini amati da Dio (Lc 2,14); ha scelto di stare nella storia umana attraversata dal peccato, ma come colui che salverà il suo popolo dai peccati (Mt 1,21); ha scelto di stare nella nostra storia impastata di ansie, fatiche e dolori quale gioia grande (Lc 2,11) e buona disposizione di Dio verso gli uomini (Lc 2,14).
L’evangelista Giovanni per dire questo stare nella storia del Verbo di Dio usa l’espressione pose la sua tenda (Gv 1,14), che nella cultura ebraica, erede di antiche tradizioni nomadi, diceva abitare. E nell’Antico Testamento anche Dio aveva voluto la sua tenda in mezzo al popolo, segno del suo abitare (Es 25-30) e camminare con lui (Es 40, 34-38).
La novità dell’evangelo di Giovanni è il terreno dove il Verbo pone la tenda: non un luogo geografico ma in noi (Gv 1,14), nella carne umana, trasformando questa carne – ogni uomo e ciascuna donna nella loro concretezza – in dimora, tempio santo, presenza di Dio.
Questa presenza avviene a partire da Gesù di Nazaret perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1,17).
Nel suo essere il Verbo fatto carne Gesù è, infatti, presenza che rivela Dio: Quello che era fin da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi (…) noi lo annunciamo anche voi (1 Gv 1,1-3 passim). È l’esperienza vissuta dello stesso Giovanni (il discepolo amato da Gv 13,23?), di Maria di Magdala, prima messaggera del Risorto (Gv 20,11-18), di Tommaso detto Didimo (Gv 20,24-29) …
Nel suo essere il Verbo fatto carne Gesù è il nuovo tempio (Gv 2,18-22), luogo dove l’uomo incontra Dio e in cui Dio si fa incontro agli uomini.
Nel suo essere il Verbo fatto carne, nel suo essere pienamente uomo, nel suo soffrire come uomo, Gesù diviene la risposta del Padre ai tanti sofferti “perché?” degli uomini: Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv 1,18).
Nel suo essere il Verbo fatto carne Gesù diviene anche il “Verbo fatto libro” (Messaggio al popolo di Dio della XII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi II,5), aprendo in ogni circostanza e in ogni condizione di vita, la via ad una profonda comunione con lui, analoga pur ontologicamente diversa da quella eucaristica.