Pubblichiamo un articolo di Gianluca Zurlo, che ringraziamo.
Il racconto di un’esperienza al 47° Meeting per l’amicizia fra i popoli: l’incontro con Papa Leone XIV, che ha definito il Meeting un crocevia e non un’enclave, e le mostre che ci hanno rimesso davanti alle domande di sempre
Ci sono viaggi che si raccontano con le fotografie e viaggi che si raccontano con le domande che ti restano addosso. Il nostro ritorno da Rimini appartiene alla seconda categoria. Il 47° Meeting per l’amicizia fra i popoli si è svolto alla Fiera dal 21 al 26 agosto, e per tre di quei giorni ci siamo stati anche noi: un gruppo di amici della Fraternità di Comunione e Liberazione di Ostuni.
Il titolo di quest’anno era «L’amor che move il sole e l’altre stelle», l’ultimo verso della Divina Commedia. Vale la pena ricordare che quell’amore, per Dante, non è un sentimento: è Dio stesso, la Trinità che il poeta contempla alla fine del suo viaggio e riconosce come la forza che tiene in moto le stelle e insieme il suo desiderio più intimo. Un Dio che non sta fermo a guardare, ma muove. È un verso antico che sembra scritto oggi, in un tempo di guerre che non trovano soluzione, di relazioni fragili, di solitudini amplificate dagli schermi e di algoritmi che decidono cosa vediamo e perfino chi incontriamo. La provocazione del Meeting è stata semplice: c’è ancora Qualcuno capace di rimettere in movimento ciò che sembra bloccato? Il Papa ha risposto così: quell’amore «non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità», anche se resta volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra e il cielo. E poi, con tre parole: «Sì, l’amore muove!».
Il momento che nessuno di noi dimenticherà è stato il pomeriggio di sabato 22 agosto. Papa Leone XIV è arrivato in Fiera in elicottero, dopo la mattinata a San Marino, ed è stato accolto da un boato che chi c’era ha faticato a descrivere: cori, applausi, mani tese lungo le transenne. Prima del discorso aveva voluto visitare due mostre, quella su sant’Agostino — il santo di cui, da agostiniano, è figlio — e quella dedicata a Léon Harmel, l’imprenditore francese dell’Ottocento precursore della dottrina sociale della Chiesa; poi si era fermato al Villaggio Ragazzi, tra bambini e genitori. Al primo saluto, in Auditorium, ha chiesto di non fermarsi a lui: «Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo». E citando Agostino, di cui aveva appena attraversato la mostra, ha detto: «Se noi tutti vogliamo cambiare il mondo, cominciamo con noi stessi».
Poi, quando ha preso il microfono nel Grande Auditorium, un silenzio che ha attraversato tutti i padiglioni. Erano decine di migliaia le persone dentro la Fiera, altre migliaia fuori, davanti ai maxischermi. E le parole non sono state morbide. «Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto», ha detto, aggiungendo poco dopo: «Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo». Al «falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni» ha contrapposto il realismo della misericordia, perché — ha ricordato — «il male non si combatte col male». Ai giovani, presenti in gran numero come volontari, ha detto: «Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia!». E a Comunione e Liberazione ha lasciato una consegna che ha voluto ripetere due volte, come si fa con le cose che contano: «Amate sempre la Chiesa!».
C’è però un passaggio che, per chi al movimento appartiene, vale come un giudizio e come una verifica. Il Papa è partito da lì: siete stati educati, ha detto, «a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza». Proprio per questo — ed è la frase che ci siamo ripetuti in treno, sulla via del ritorno — «non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società». Non un recinto dove i cattolici si parlano addosso, dunque, ma un luogo di passaggio dove ci si espone, perché un Dio che si fa incontro non permette di stare al riparo. È esattamente ciò che si respira camminando tra i padiglioni, dove nella stessa mattinata puoi ascoltare un ministro, un imprenditore africano, un astrofisico e un ragazzo che ti spiega perché ha scelto di fare il volontario. È «un’eredità viva», ha aggiunto il Papa, che comporta «una grande responsabilità storica». Chi si aspettava un discorso di circostanza è tornato a casa con l’impressione opposta: quella di essere stato chiamato per nome.
Il Meeting, però, non è solo il palco degli incontri. Sono le mostre — tredici, quest’anno — che si attraversano lentamente, accompagnati da giovani volontari che non recitano una guida ma raccontano perché quella storia li riguarda. E il filo che le tiene insieme è sempre lo stesso: una vita che a un certo punto viene raggiunta da Dio e non è più la stessa.
Così è stato per noi davanti a «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova», che ci ha portati dentro la vita di Agostino di Ippona, le sue inquietudini, la ricerca ostinata della verità, gli incontri che hanno cambiato la rotta, la conversione. Il titolo è la sua confessione più famosa: aveva cercato ovunque quella bellezza, e la trovò dentro di sé, dove Dio lo attendeva da sempre. Non una ricostruzione storica, ma uno specchio; uscendo, più d’uno si è accorto che quell’inquietudine — il cuore che non trova pace finché non riposa in Lui — è ancora la nostra. Poco distante, «O todo o nada!» racconta suor Clare Crockett, la giovane religiosa irlandese morta a trentatré anni nel terremoto dell’Ecuador del 2016: una ragazza che aveva tutto ciò che il mondo chiama felicità, voleva fare l’attrice, cercava il successo, e che si scoprì vuota finché Dio non le toccò il cuore, un Venerdì Santo, in un monastero di Spagna dove era finita quasi per caso. La mostra lascia parlare lei, con video, fotografie e testimonianze, e il suo sorriso arriva prima di qualsiasi commento. Il sottotitolo dice tutto: la felicità è un cuore indiviso. O tutto o niente, appunto.
La sorpresa più grande, e quella che ha incuriosito di più i ragazzi che erano con noi, è stata «Avrà un potere a lui sconosciuto». Una mostra su Harry Potter in un Meeting cattolico? Sì, perché la saga, letta sul serio, parla di amore, di morte e di speranza: di un potere che il protagonista possiede senza saperlo e che si rivela essere il sacrificio di chi lo ha amato per primo, cosa che a un cristiano dovrebbe suonare familiare. Accanto, un percorso gemello sul mondo di Tolkien. E poi Madeleine Delbrêl, con «Strade di città, sentieri di Dio»: francese, atea convinta da adolescente, convertita a vent’anni, scelse di andare a vivere a Ivry-sur-Seine, sobborgo operaio e comunista alle porte di Parigi. Non un convento, ma un condominio, un lavoro da assistente sociale, i vicini di pianerottolo, nella convinzione che le strade della città non siano l’ostacolo alla vita spirituale ma il luogo dove Dio si lascia incontrare. Per chi vive in una cittadina come la nostra è una provocazione precisa: non serve un altrove per essere cristiani, serve stare fino in fondo dove già si è. Restano poi le altre, che qui possiamo solo nominare: Kierkegaard, il terremoto del Centro Italia dieci anni dopo, le immagini dell’universo catturate dai telescopi Hubble e James Webb.
Si torna stanchi, con i piedi doloranti e il taccuino pieno. Ma la domanda vera arriva dopo, quando si riaprono le porte di casa e la vita riprende il suo ritmo ordinario. Il Meeting non è un luogo dove si va a prendere risposte da portare via come souvenir: è un luogo dove si verifica che la fede regge il confronto con tutto, la politica, la scienza, il lavoro, il dolore, l’intelligenza artificiale, perfino i romanzi che leggono i nostri figli. Non perché noi siamo bravi, ma perché Cristo non teme nulla di ciò che è umano, e chi lo ha incontrato non ha bisogno di difendersi dal mondo. Del resto, ha ricordato il Papa, «la verità si incontra solo nella libertà»: nell’amore «non c’è mai costrizione, indottrinamento».
L’ultimo verso di Dante, allora, non è una consolazione poetica. È un’affermazione di fede impegnativa: se l’Amore che muove il sole e le altre stelle è Dio, e se quel Dio ha voluto avere un volto e un nome, allora non c’è nulla — non una comunità, non una scuola, non una famiglia, non una città come la nostra — che sia fuori dalla sua portata. Il Papa ha congedato il Meeting con un augurio che vale anche per noi: che continui a guidarci «quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”». Sta a noi lasciarci muovere. Qui, nei prossimi undici mesi.


